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"Passavamo sulla terra leggeri come acqua, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta. A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici."

— Sergio Atzeni - Passavamo sulla terra leggeri

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Alluderti, eluderti,
come afferrare quest’ombra della tua vita che nella mia memoria pazza
questa notte in cui fischiano sul fiume barche o nuvole.
Non che mi manchi volontà di “a parte”;
rimescolo il tè, attacco un bottone, guardo dalla finestra
gli ultimi passeri che si addormentano nei castagni.
Perché desiderarti se domani andrò a comprarmi datteri
in una strada coi muri come spalle?
Non so se ti amo, se ti cresco o ti sciolgo
in tante acque di memoria.
Alluderti è star da solo profondamente con me stesso,
eluderti è la festa della piazza, le stesse farinate
che raffigurano la vita con le sue quattro stagioni.
È facile applaudire la nuova commedia;
solamente che tu in ogni cucchiaino ti affacci,
solamente che tu mi duoli la testa,
solamente che tu mi stringi la cintura fino all’ultimo buco,
solamente, amore mio.

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Ho cominciato a lavorare all’Unità – il giornale di Gramsci – la sera del 26 luglio 1943, il giorno dopo la cacciata di Mussolini, a Milano, dove vivevo in clandestinità per gli arresti fatti dalla polizia fascista nel nostro gruppo comunista romano.

Tornavo quel giorno indimenticabile da una straordinaria manifestazione di popolo a Porta Venezia: la prima libera e spontanea dopo il ventennio della dittatura, ed eravamo ancora nella tempesta della seconda guerra mondiale.

Avevo parlato – il mio primo comizio in assoluto – arrampicato su un tetto di un camioncino, dove inseguivamo il microfono per invocare pace e libertà socialisti, comunisti, anarchici e non so chi altro.

Intervennero i carri armati di Badoglio e ci ributtarono sui marciapiedi. Ad un certo momento una donna ignota ruppe il cordone dei soldati e s’arrampicò su un carro armato, e allora il reparto corazzato cominciò a ritirarsi. A me sembrava una scena della rivoluzione russa.

Più tardi mi ritrovai in casa di Elio Vittorini. C’era Celeste Negarville, membro della direzione clandestina del Pci, e io lo guardavo attonito. Dal balcone traspariva un bellissimo tramonto d’estate che dorava il calare della sera. E lì con altri mi posi a scrivere la notizia della manifestazione di Porta Venezia, il mio primo pezzo per l’Unità. Poi ci fu una sortita improvvisa dei carabinieri, che arrestarono Vittorini e il compagno Di Benedetto a causa della manifestazione di Porta Venezia. Ma infine, dopo nuove peripezie, il giorno dopo l’Unità uscì dalla tipografia Moneta, e quel foglio guardato in modo sacrale da noi e dai tipografi era ancora un foglio a suo modo clandestino, non autorizzato. E per il timbro di libera uscita a quelle pagine ci volle ancora parecchio, e ancora molte sofferenze e su quel foglio feci il mio noviziato di giornalista clandestino. Comprendete dunque i miei legami.

Ci tornai all’Unità da giornalista libero quando fui congedato, l’ultimo di maggio del 1945, dall’Esercito di Liberazione. E andai a fare la cronaca, sapendo nulla di un giornale vero e proprio e del “mattinale” della Questura.

Del resto – salvo una breve presenza di Renato Mieli e una collaborazione di Ottavio Pastore come corrispondente romano per le edizioni del Nord – eravamo assolutamente tutti neofiti e tutti giovani, alcuni quasi imberbi come Arminio Savioli che faceva il cronista di “nera” e frequentava le questure.

Eppure ne uscì un giornale che non era di sicuro né la Pravda né l’Humanitè, e naturalmente nemmeno un giornale borghese. Arrivammo a vendere centinaia di migliaia di copie, al plurale. La domenica c’era la diffusione di massa e il giornale portato nelle case da migliaia di compagni: forse lo avevamo inventato noi.

Attenti però. Queste non sono nostalgie di reduce (forse lo sono anche). Sta il fatto che sorse un soggetto forte e largo della sinistra nel confronto decisivo e quotidiano della carta stampata e della lettura dei fatti. Quindi il fatto andò al di là della gara giornalistica e riguardò l’interpretazione degli eventi e la battaglia delle idee. Perciò – nonostante gli anatemi altrui e i nostri errori – fu un passo avanti nella libertà e nella democrazia: oso dire per tutti. Più specificamente fu uno strumento e un luogo del movimento operaio (nel senso più largo) nel cimento arduo che lo chiamò a impegnarsi con le nuove meraviglie del capitalismo fordista e della elevazione dell’Italia a quinta potenza industriale.

Il passaggio, come si sa, fu tempestoso e insanguinato. Oso dire che l’Unità ne è stato attore e ha segnato una presenza (cancellabile solo da visuali faziose) in quel passaggio di nazione.
Mi scuso con i redattori dell’Unità se mi viene fatto di ricordare queste cose quasi in termini di passato, con le nostalgie e preferenze degli anziani. Ma lo faccio solo per sottolineare che la storia è lunga e nonostante la clamorosa posizione di parte di me che scrivo è storia del Paese, piaccia questo oppure no. E quel ruolo del giornale, che andava anche al di là della funzione di carta stampata, si è prolungato nei decenni tra l’altro con una leva di giornalisti che poi – per ragioni varie – ha arricchito generosamente tutta la gamma della carta stampata italiana.

Detto forse con un po’ di esagerazione, anche la vita del sindacato in Italia, quale sarebbe stata senza l’Unità quando i giornali borghesi non pubblicavano mai in prima pagina (e spesso nemmeno in altra pagina) una notizia di agitazione importante in atto, a volte nemmeno di scioperi nazionali?

E quel giornale nemmeno si è chiuso nei confini della patria. Fummo noi nel panorama giornalistico italiano a scoprire Mossadeq e ad aprire un discorso sull’India e sull’Asia quando mica i giornali maggiori ne parlavano tanto.

Ma è il caso di mettere un punto ai ricordi e agli amori. E’ venuta la svolta della Bolognina e la rottura col comunismo. Io sono stato aspramente contro. Eppure non sarà proprio per caso che per la redazione dell’Unità sia passato l’attuale presidente del consiglio, Massimo D’Alema, e tanta parte del quadro che fa oggi il nuovo corso che a me non piace. Ciò conferma che questo giornale ha un posto nel farsi della politica della sinistra italiana: anche quando a me non convince.

Possiamo essere indifferenti al domani di questa testata? Non lo credo. E qui io vorrei mettere in guardia proprio riflettendo alle enormi novità che sono in campo. Da vecchio vedo la televisione più di altri, e sono sbalordito dalla sua potenza, dall’enorme “raggiro” (per carità lo dico come un riconoscimento) attraverso cui essa seleziona e ridispone violentemente le cose mediante il suo “occhio”, e contemporaneamente le propone a chi vede come se esse fossero gelidamente registrate nella assoluta “oggettività” del loro farsi. O anche come impudicamente e sfrenatamente la televisione modella i consumi che non sono soltanto i cibi che mettiamo in bocca, ma il nostro intrigato e avido corpo, e quindi noi stessi. O anche i linguaggi caramboleschi che io ignoro ma in cui il mio nipotino naviga sui computer con voluttà ed abbandono.

Ecco: io credo che quella vetusta abitudine di allineare e disporre, con grazia e sottigliezza, segni neri sui fogli bianchi, che chiamiamo scrittura, conservi una suggestione formativa, un’educazione ad una calma selezione degli eventi che ci attorniano ed invadono, da non smarrire. Se volete la vedo anche come un deposito da affidare a zone meno febbrili, più sepolte.

In verità io non so cosa fare per l’Unità. Non so nemmeno se gradiscono o se gli conbino guai o fastidi. Ma che i giornali quotidiani li possono fare solo alcuni e a modo loro, e altri no, questo proprio mi rompe.

Attenti che così io parlo anche per altri fogli. Certo che oggi la sinistra (o almeno una parte che si nomina così) sia al potere, e un giornale della sinistra come l’Unità debba chiudere le edizioni di Firenze e di Bologna non mi rallegra. Tra l’altro – anche qui – ricordo che cosa significassero quelle edizioni per l’insediamento della sinistra in quelle fasce decisive tra Nord e Sud, e anche – a fare solo un esempio – per il dialogo fra comunisti e cattolici, o per il ragionamento su un nuovo tipo di città. E il rammarico diviene più forte. Possibile che anche in quelle regioni dense e appassionate non si levi una protesta forte, una domanda?

Pietro Ingrao da L’Unità del 29 gennaio 1999.

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Non aprite quella porta
non entrate nella stanza 237 dell’Overlook Hotel
ricordati figliuolo che puoi andare dappertutto
tranne che nella soffitta
meglio non guardare cosa c’è
nel frigorifero di Jeffrey Dahmer

Ogni volta che sei venuta a casa mia
ti sei fermata all’ingresso
al soggiorno
alla cucina
non una sola volta hai chiesto dov’è il bagno
per lavarti le mani
o far pipì
o controllarti il trucco
come se quella che gli architetti chiamano
la zona notta
fosse l’orrore
come bastasse la vista di un letto
ad annullar trent’anni
come se tu ed io
avessimo bisogno di occasioni
come se i nostri pensieri
non fossero sempre notturni.

"

— Michele Mari - Cento poesie d’amore a Ladyhawke

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