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conservavano ancora gli spazi, poi non più percorsi, della gente concreta, decisa, quella che non appena compra un libro, lo legge subito, la sera stessa, e poi tiene sempre i propri libri nello stesso ordine scomodo e irregolare in cui è venuta scoprendone la sinuosità, e che non ha niente a che vedere con il libro delle persone colte, sistemato anch’esso negli scaffali, ma dove un libro deve attendere due o tre anni prima di venir letto, e che è quasi un colpo d’effetto inconscio, ma sì, come i pantaloni nuovi degli inglesi eleganti, indossati dai servi per i primi giorni, finché non prendono un’arguta trasandatezza.
[José Lezama Lima, Paradiso, Milano, BUR 1990, p.6]

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Il sottosviluppo ha uno dei suoi indici nella nostra cavillosità nei confronti di tutto ciò che concerne la corteccia culturale, le apparenze e le etichette sui barattoli della cultura. Sappiamo che Dylan si pronuncia Dilan e non Dailan come lo abbiamo pronunciato la prima volta (e ci hanno guardato con ironia, ci hanno corretti, oppure ci siamo accorti che qualcosa non andava); sappiamo esattamente come si deve pronunciare Caen e Laon e Sean O’Casey e Gloucester. Tutto a posto; è un po’ come avere le unghie pulite e usare i deodoranti. Poi viene il resto, o non viene affatto. Per parecchi, i quali rivolgono un sorriso di sufficienza a Lezama, il resto non viene né prima né dopo, ma le unghie, ve lo giuro, impeccabili.

[Dall’introduzione di Julio Cortázar a Paradiso di José Lezama Lima]

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"Nonostante la vita qui sia tranquilla, ho nostalgia di Londra. Della solitudine, della vita ordinata, della vasca da bagno e delle danze con i giovani di bell’aspetto. Qui ne ho perso l’abitudine. E poi c’è troppo dolore tutt’intorno perché lo si possa dimenticare, anche solo un minuto.
Scrivimi presto di tutto ciò che fai. Ti bacio, cara, mia bellissima, e grazie ancora per il tuo amore e il tuo affetto.
ALJA"

— Viktor Šklovskij - Zoo o lettere non d’amore

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"Cara Alja,
non ti vedo già da due giorni.
Telefono. L’apparecchio geme, come se avessi calpestato qualcuno.
Riesco a trovarti; tu sei impegnata di giorno e di sera.
Scrivo di nuovo. Ti amo molto.
Tu sei la città nella quale vivo, tu sei il nome del mese e del giorno.
Nuoto, salato e appesantito dalle lacrime, quasi senza emergere dall’acqua.
Sembra che presto annegherò, ma anche là, sott’acqua, dove il telefono non suona e non giungono le voci, dove è impossibile incontrarti, io ti amerò.
[…]
Conosco la tua bocca, le tue labbra.
Ho avvolto tutta la mia vita attorno al pensiero di te. Non credo che tu sia una persona estranea, dunque, guarda verso di me.
Ti ho spaventata con il mio amore; all’inizio quando ero ancora allegro, ti piacevo di più. È colpa della Russia, mia cara. Noi abbiamo un’andatura pesante. Ma in russia io ero forte, mentre qui ho cominciato a piangere."

— Viktor Šklovskij - Zoo o lettere non d’amore